giovedì 25 ottobre 2007

Sperimentare

Sperimentare, esplorare. Raccogliere idee e best practice. Leggevo oggi su Mediaforum un'intervista a Craig Davis, direttore creativo di JWT, una mega agenzia con sede a Londra. Australiano, ha lavorato per agenzie come Saatchi & Saatchi e con clienti tipo Toyota, HP, Procter & Gamble. Questi alcuni dei passaggi più interessanti: "Il tempo vale adesso più che mai. E ci sono sempre più modi di spenderlo atttraverso esperienze mediatiche, rispetto a quanto avveniva una volta. Queste esperienze, soprattutto, avvicinano sempre di più i consumatori alle informazioni sui prodotti e alle transazioni commerciali. Alla fine c'è stretta relazione fra come le persone spendono il proprio tempo e come spendono i propri soldi. (...) Il principale cambiamento per la nostra industria è rappresentato dal talento. Meglio lavorare con gli ottimisti dagli occhi aperti. Dobbiamo evolvere ad un ritmo sempre più veloce. Abbiamo bisogno di sperimentare ed esplorare in misura maggiore. Non ci sono certezze e chiunque dica di conoscere le risposte non sta dicendo la verità. L'approccio migliore è provare per valutare ciò che funziona. La sperimentazione è determinante".
Credo che questo sia un principio applicabile non solo nel campo della pubblicità, ma più in generale in tutto ciò che riguarda la comunicazione. Prendendo a prestito una famosc citazione dal film Quarto potere, mi verrebbe da dire: "E' internet, bellezza. E tu non puoi farci nulla".

sabato 20 ottobre 2007

Reportage dalla Birmania

Mariano Maugeri, uno dei migliori inviati del Sole 24 Ore, era in Birmania nei giorni caldi della rivolta dei monaci buddisti. La fortuna di essere suo amico è anche quella di poter ricevere il testo di quel bellissimo reportage realizzato in quei giorni. Un'inchiesta pubblicata in forma anonima per ovvi motivi di incolumità personale.
Lo ringrazio per avermi concesso l'opportunità di postare nel mio blog il suo articolo.

"Sono capitato in Birmania nei giorni dell’eccidio dei monaci buddisti. “Employer” rassicurava il mio visto d’ingresso alla voce professione. Un impiegato tuttofare dell’ambasciata del Myanmar a Roma con gli occhi piccoli e le mani veloci si era mostrato servizievole: 5 euro in più per la procedura d’urgenza e dopo qualche minuto il delegato dell’ambasciatore aveva firmato il mio passaporto come se fosse una delle tante formalità di quel giorno caldissimo di agosto. Io non sapevo se la meta sarebbe stata proprio Yangon. Mi attirava l’idea del Laos e della Cambogia. Con uno sconfinamento in Birmania magari dalle parti di Kengtung, nel Nordest, al confine con la Thailandia, dove vive la comunità Shan, una delle sette minoranze etniche che popolano questo Paese. I Burma, di cui è composto il gran numero dei ranghi dell’esercito e della classe dirigente, sono il ceppo etnico maggioritario. Oppure dal confine del Laos, forse il solo Paese di quella parte del mondo che insieme con la Birmania resista alla marea montante modernizzatrice.
Nei giorni che seguirono cominciarono a filtrare notizie inquietanti sul Myanmar: prese di posizione molto dure da parte della lega dei democratici, il movimento che sostiene il premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi e qualche inchiesta dei quotidiani italiani sui monsoni che si erano abbattuti nella Birmania del Nord-Ovest, quella al confine con il Bangladesh. L’occasione per rispolverare un argomento che dorme nei cassetti delle redazioni esteri da quasi vent’anni. Non capivo se queste attenzioni fossero frutto solo del caso o se la Birmania stesse tornando all’attenzione del mondo dopo un letargo che dura dal 1991, quando i democratici guidati da Aung San Suu Kyi vinsero le elezioni democratiche. Tre sono le tappe che hanno scandito la storia birmana degli ultimi cinquant’anni. 1962: presa del potere da parte del generale Ne Win, una sorta di via birmana al socialismo che tentava di scimmiottare la rivoluzione maoista in Cina. Il padre padrone Ne Win nazionalizza tutte le industrie pubbliche e chiude il Paese al mondo. Resiste un quarto di secolo. Gli succede Saw Maung, un altro generale che sotto le pressioni dei democratici e dell’opinione pubblica internazionale è costretto a indire elezioni democratiche. Nel ‘91 vittoria democratica e nuovo golpe che riporta al governo del Paese una giunta militare.
Il premio Nobel per la Pace di cui è insignita Aung San Suu Kyi qualche mese dopo è solo la dimostrazione di impotenza della comunità internazionale nei confronti di un Paese che dal rapporto privilegiato con la Cina, l’India e la Russia riesce a schivare i colpi di un embargo di facciata. “Paese povero, governo ricchissimo”, mi ripeteva ogni mattina il direttore dell’albergo di Bagan dove alloggiavo, migliaia di pagode erette mille anni fa inframezzate da una foresta lussureggiante e accarezzate dal fiume Irawaddi, il Gange dei birmani. E poi aggiungeva, portandosi l’indice al naso, abbassando la voce e guardandosi intorno furtivamente: “silence, please”. Ma tra un silenzio e l’altro i birmani parlano. E raccontano di una giunta militare che “controllando l’economia controlla tutto il Paese”, come mi dice un diplomatico occidentale a Yangon. Non sono soltanto il petrolio, il gas e le miniere di oro e pietre preziose di cui il sottosuolo birmano è ricchissimo. La compagnia telefonica è nella mani del governo militare: poche regole per gestirla: le telefonate all’estero si pagano solo in dollari: 8 dollari al minuto. Così si impedisce ai birmani di contattare i loro parenti, si controllano quei pochi fortunati che riescono a farlo, turisti compresi, e s’incassa valuta pregiata. Lo stesso per le compagnie aeree. Air Bagan, nata due anni fa, si è aggiudicata tutte le principali rotte interne e quelle internazionali. Presidente del Consiglio di amministrazione il generale Tan Swe, che tutti sanno essere il proprietario dell’aviolinea. Ai concorrenti (Air Yangon e Air Mandalay) non resta che contendersi le poche e povere rotte interne. Pure la fabbrica della birra Myanmar, la più bevuta nel Paese, è al 50% dei generali. A Yangon i businessmen stranieri fanno la coda davanti al palazzo presidenziale e i principali ministeri: chiudere un accordo economico con il regime significa gestire affari in regime di monopolio. La tv, manco a dirlo, è sempre loro: Mrtv gestisce pure i canali satellitari e la pay tv. Nei giorni della rivolta i generali hanno disattivato i collegamenti con tutte le grandi reti internazionali, internet compresa. Zittite Cnn e Bbc, Mrtv poteva giganteggiare alternando i filmati sulla onnipotenza del regime (inaugurazione di un ponte della nuova capitale in costruzione; l’apertura di una fabbrica di sapone, con interviste ai generali in cui il ruolo dell’intervistatore è quello di sorridere e dondolare meccanicamente la testa in segno di approvazione nei confronti delle auguste parole di regime) con un bombardamento di soap opera e le esercitazioni alla Bruce Lee delle teste di cuoio.
Quella delle nuova capitale è una delle storie che indignano di più i birmani. Con una premessa: se andate in Birmania, non girate in automobile. Le strade principali che collegano Nord e Sud sembra che siano state bombardate il giorno prima. E le auto non sono migliori. Il Governo tassa in modo spropositato le vetture: una Nissan diesel vecchia di vent’anni fa costa 30mila dollari. Un fuortistrada Toyota nuovo di fabbrica 300mila. I birmani, poi, guidano aerei e automobili come se fossero in sella a un risciò. Schivano passanti, ciclisti, monaci, bambini e Tir stracarichi di tronchi di Tek (ne ho visti migliaia viaggiando tra Yangon e Kalaw, una deforestazione selvaggia cominciata dagli inglesi nella seconda metà dell’ottocento che da questo legno pregiato hanno ricavato le traversine di tutte il Regno Unito) come in una gimkana infinita. Per percorrere 400 chilometri ci vogliono dieci, dodici ore. Il mio autista teneva la mano incollata al clacson e quando schivava in extremis qualcuno che ormai vedevo disteso per terra, sorrideva felice per il pericolo scampato mostrandomi i sui denti neri corrosi dal betel, le foglie eccitanti che masticano i birmani: “This is my gasoline”, ripeteva per tranquillizzarmi. La gasoline dei generali birmani è invece la nuova capitale, che si chiamerà Nay Phi Taw. A metà strada tra Tangoo e Kalaw, a nord di Yangon, è esattamente nel cuore del Myanmar, equidistante da Est e Ovest, Nord e Sud. L’inaugurazione è prevista tra un paio di anni, ma passando a qualche decina di chilometri di distanza (l’ingresso è interdetto ai turisti), nei pressi della città di Pynmana, d’incanto incroci autostrade bianche e larghe con stazioni per il pagamento del pedaggio dotate persino di computer, una vera rarità in questo Paese dove il governo impone il pedaggio di chiunque percorra le disastrate strade birmane: ogni 50/60 chilometri ci sono delle sbarre che bloccano il passaggio. A presidiarle dei ragazzi che le alzano solo in cambio di una cifra variabile tra i 20 e i 40 kyat. Chi l’ha vista, racconta di una città-caserma. Grandi strade, un immenso aeroporto, il quartier generale delle forze armate e una serie di grattacieli dove vivranno e lavoreranno gli uomini più potenti del Paese con il loro entourage. Sembra che la crisi del bilancio statale sia nata dai 3 miliardi di dollari spesi per innalzare Nay Phi Taw, e dall’aumento generalizzato degli stipendi pubblici deciso dai militari un anno fa. Una mossa necessaria per generare consenso soprattutto tra le forze armate, che con 300 mila arruolati è l’ossatura dell’apparato pubblico. Quando è apparso chiaro che i conti non sarebbero tornati, nell’agosto scorso il governo ha raddoppiato il prezzo della benzina e quintuplicato quello del gas. Benzina che malgrado i prezzi altissimi, considerato che il Myanmar è un paese produttore (quasi tre dollari al litro), è contingentata: ogni birmano proprietario di un automobile ne può acquistare 250 litri al mese. Il resto lo si trova, a prezzi ancora più alti, a quello che qui chiamano black market, ma che in realtà è un mercato parallelo tollerato dalle stesse autorità.
Di soldi per Sanità e Istruzione praticamente non ne rimangono. Il governo destina a queste voci solo l’1% del bilancio statale, lasciando bel altre risorse a quello della Difesa. Per contenere il montante analfabetismo è intervenuta l’Onu, che ha varato un programma di scolarizzazione di massa nelle zone rurali, dove in grandissima povertà vive gran parte della popolazione birmana.
Visitare la campagna di questo Paese è come salire sulla macchina del tempo: le case sono di bambù, con i tetti in paglia, l’aratro e i carretti tirati dai bufali o dai buoi. Le donne camminano sui cigli delle strade, trasportano foraggio per gli animali o riso su due grandi canestri di bambù che pendono alle estremità di un bastone di legno poggiato dietro la nuca. Non c’è traccia di bidoni o buste di plastica, benché nessuno disponga di acqua corrente in casa. Una povertà che non impedisce alle donne e agli uomini di portare con eleganza naturale il longy, una stoffa a quadrettini o in tinta unita che a seconda del sesso si attacca alla vita in modo diverso, le camicie sempre stirate di fresco, i capelli neri e lunghi che lavano e rilavano lungo i fiumi o i laghi, le infradito ai piedi. Non c’è traccia di modernità né di motorizzazione. I pochi camioncini dispongono di un motore di fabbricazione cinese montato sulla parte anteriore che parte girando una manovella. In questa terra generosa così rossa che sembra impastata con il sangue, germoglia ogni tipo di frutta, verdura, cereale. Nell’altopiano tra Kalaw e il Lago Inle ci sono chilometri e chilometri di risaie e a intermittenza coltivazioni di ginger, peperoncino, cavoli, patate, zucche, cavolfiori, mais. Il resto è scandito dai tempi immemorabili della natura e da una pazienza infinita, una mitezza atavica che neppure la diffusa ostilità alla dittatura sembra in grado di poter scuotere". Mariano Maugeri.

martedì 16 ottobre 2007

Eccoci!

Leggevo ieri su Repubblica l'intervista a Sergio Marchionne. Un'intervista da leggere e sottolineare con attenzione per cercare di capire come è stato possibile risollevare e rilanciare la più grande industria italiana, la Fiat. Mi ha colpito soprattutto un passaggio: "Ai miei collaboratori raccomando sempre di non seguire linee prevedibili, perchè al traguardo della prevedibilità arriveranno prevedibilmente anche i concorrenti. E magari arriveranno prima di noi".
Mi è rimasta in testa questa affermazione perchè in questo periodo stiamo ragionando sullo sviluppo futuro della nostra agenzia. E, come recita il titolo di questo blog, stiamo pensando e ragionando sulla creazione di un network in grado di sfruttare al meglio le conoscenze e le competenze acquisite in questi anni di lavoro nel campo della comunicazione.
Uno dei nostri obiettivi, anzi, il primo di questi obiettivi, è proprio quello di essere imprevedibili, ragionare fuori dagli schemi.
Che novità, direte voi.
Certo, intanto però ci proviamo, magari partendo proprio da questo spazio su internet.
Un blog nel quale pubblicare un po' di tutto, cogliendo spunti, idee, suggerimenti che ogni giorno finiscono sul nostro desktop. Ma anche uno spazio per postare documenti raccolti tra i numerosi amici che abbiamo la fortuna di frequentare.